Qualche consiglio per non sciupare già da oggi il prossimo summit della Maddalena

Oggi e domani si riuniscono i ministri delle Finanze e i governatori delle Banche centrali del G7, in funzione preparatoria del summit che dovrà concentrarsi sulla crisi dell’economia finanziaria esplosa nell’autunno scorso e per la quale già i governi hanno preso provvedimenti e altri ne hanno annunziati per una cifra che si avvicina ai 5.000 miliardi di dollari ma che potrebbe aumentare. Alessandro Corneli
24 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 10:42
Immagine di Qualche consiglio per non sciupare già da oggi il prossimo summit della Maddalena
Gli Stati Uniti erano appena andati via dal Vietnam, il Giappone si preparava al grande balzo del decennio successivo, nel Regno Unito non era ancora sorta la stella di Margaret Thatcher e in Europa il duo franco-tedesco, rappresentato da Giscard d’Estaing e Helmut Schmidt, cercava di inventare una rotta sulle questioni monetarie dal momento che solo quattro anni prima, nel 1971, era finito il sistema di Bretton Woods basato sulla convertibilità del dollaro. La formula piacque e nel corso dei successivi 33 vertici – erano sei all’inizio, nel 1977 entrò il Canada e nel 1997 la Russia – sono stati esaminati tutti i problemi più gravi, dall’energia al terrorismo, dall’ambiente alla proliferazione nucleare. Oggi e domani si riuniscono i ministri delle Finanze e i governatori delle Banche centrali del G7, in funzione preparatoria del summit che dovrà concentrarsi sulla crisi dell’economia finanziaria esplosa nell’autunno scorso e per la quale già i governi hanno preso provvedimenti e altri ne hanno annunziati per una cifra che si avvicina ai 5.000 miliardi di dollari ma che potrebbe aumentare. Nel frattempo lo scenario di fondo è cambiato.
Dall’euforia della fine della guerra fredda si è passati all’11 settembre e alle guerre contro il terrorismo; una nuova moneta (l’euro) e una nuova banca centrale (la Bce) sono entrate in campo; la globalizzazione è stata esaltata e deprecata; nuovi poderosi protagonisti economici sono apparsi: Cina, India, Brasile; la Russia, che un po’ si è ripresa, adesso stringe in mano i gasdotti che riforniscono l’Europa occidentale, che non è più nemica, ma cliente-ostaggio; due nuovi paesi (India e Pakistan) sono entrati nel club nucleare; la Corea del Nord ha affermato di esserci e l’Iran difende il suo diritto a entrarci. Soprattutto, l’enorme sviluppo della finanziarizzazione dell’economia ha sbilanciato in negativo gli aspetti positivi della globalizzazione, cioè l’aumento degli scambi commerciali e l’integrazione tra le capacità produttive dei diversi paesi. Se si cerca un filo conduttore dal primo summit del 1975 a oggi il problema dei problemi rimasto irrisolto è quello di una moneta internazionale che dia stabilità agli scambi commerciali e riduca la speculazione finanziaria.
Il prossimo vertice non potrà né affrontare né risolvere questo problema. Affronterà invece, volendo affrontare l’attuale crisi, i temi del rischio di un ritorno al protezionismo e allo statalismo, che manderebbe all’aria un trentennio di arretramento dello stato dall’economia. Il fatto è che la spesa pubblica, in tutte le sue componenti – dalla difesa all’istruzione, dalla sanità alla previdenza – rappresenta circa la metà del pil in ognuno dei maggiori paesi industrializzati, e che il debito pubblico medio di questi stessi paesi supera la metà del pil. Anche gli Stati Uniti si stanno rapidamente avvicinando a queste medie. Quindi non si tratta di stabilire “se” gli stati devono intervenire, ma “come” e in quale misura e, soprattutto, se rispettando alcuni parametri comuni o all’insegna del “ciascuno per sé”.
L’invito, poi ridimensionato, del presidente Obama “Buy American”, gli aiuti annunciati alle industrie nazionali in Francia e Germania, che hanno messo in difficoltà le autorità comunitarie europee, sono segnali inquietanti, come lo sono le resistenze a introdurre “regole” (e sanzioni) nei mercati finanziari, il cosiddetto legal standard. Su queste linee intende muoversi il governo italiano, organizzatore del vertice della Maddalena. Gli eventuali risultati positivi del G8 dipenderanno quindi in larga misura da quanto verrà deciso nei cinque mesi scarsi che mancano all’appuntamento, a partire dall’incontro di Roma di oggi e domani.
Alessandro Corneli